Frammenti di Creta

 

Archeologia -Un gruppo di giovani italiani, greci e francesi, ha riportato alla luce una necropoli ed un palazzo minoico.
Il diario di uno scavo durato più di quindici anni nei ricordi di
Louis Godart, Fulvio Tessitore e Luigi Necco.

Il progetto della spedizione è nato nel 1982, quando l’archeologo Louis Godart rinviene i resti di un insediamento sepolto da 4000 anni nella zona occidentale di Creta. I ragazzi affilano le armi: cartine topografiche, manuali di scavo, macchine fotografiche, e finalmente partono per quest’avventura.Giunti a Creta, gli archeologi sono costretti a superare notevoli difficoltà logistiche, rese più aspre dal clima di un’isola, affascinante per le sue contraddizioni.
Al caldo torrido si accompagna infatti un vento tagliente, che riempie di suoni le immense vallate; ma alla fine i risultati, frutto di un duro impegno, giungono puntuali. "Gran parte del merito -afferma Godart- spetta agli abitanti di un paesino di montagna, Apodoulu, che abbiamo scelto come area di ricerca. Non ci aspettavamo davvero un’ospitalità così cordiale. Era facile, invece, prevedere l’esistenza di un sito palazziale, poichè, su una collinetta vicino affioravano le rovine di antiche mura".

Fra i reperti portati alla luce, di notevole interesse appaiono alcuni frammenti di ceramica finemente lavorata, ma la vera sorpresa dello scavo è stata la scoperta di un’antichissima necropoli ricca di tombe. Con profonda emozione gli studenti italiani, insieme on alcuni colleghi greci e francesi, mettono a nudo il terreno circostante strato dopo strato, fino a penetrare in una grande tomba del diametro di dieci metri. All’interno, in una atmosfera surreale, il fascio di luce delle torce illumina sei grandi sarcofagi. Ma non è finita: accanto ai corpi senza vita, riportati alla luce dopo migliaia di anni, compaiono anelli in bronzo e meravigliose collane con pendenti di steatite, insieme con altri oggetti preziosi che accompagnavano i defunti durante il viaggio nell’aldilà.

"Tutti i popoli orientali -aggiunge il professore- guardavano alla morte con grande attenzione, considerandola come l’inizio di una nuova vita. Avevano quindi sviluppato numerose tecniche di sepoltura che spesso coesistevano; non a caso, accanto alla tomba a "Tolos" abbiamo ritrovato i resti di numerose inumazioni".

Fra i personaggi che hanno maggiormente contribuito alla riuscita della missione archeologica ‘è sicuramente Fulvio Tessitore, Rettore dell’Università degli Studi di Napoli "Federico II".

La campagna di scavi ha rappresentato un elemento di integrazione tra i giovani europei che hanno vissuto e lavorato insieme. Ricordo la contentezza dei nostri studenti dopo aver trascorso qualche settimana a Creta per dare il loro contributo al progetto sotto la guida del professor Godart che ha trasmesso ai ragazzi il suo entusiasmo. Lavorare sui reperti archeologici ha rappresentato per i giovani, il modo di partecipare ad un’avventura emozionante ed esaltante che li ha spinti a lavorare in condizioni anche disagevoli. La campagna di scavi ha, inoltre, lasciato una profonda traccia, grazie ad una serie di pubblicazioni di elevato livello scientifico che hanno attirato l’attenzione della comunità internazionale di studiosi. L’esperienza è stata, quindi preziosa non solo per i ragazzi, ma anche per l’Università Federico II, che ha dato un chiaro esempio di impegno concreto per favorire gli scambi culturali tra i giovani di tutta l’Europa.

Chiunque, almeno una volta nella vita, ha desiderato di trovarsi di fronte a spettacoli cos" emozionanti come a Creta. Scoprire un cimitero inviolato è il sogno di questi giovani archeologi. Un sogno divenuto realtà grazie al quale, oggi, un frammento di storia ci appare più chiaro.

Valentina De Luca

 

Arrivare a Monastiraki e poi ad Apodoulou con la telecamera non è stato sempre facile. Il caldo e la necessità di spiegare a tutti i compagni di lavoro che stavamo per incontrare i nonni o i cugini di Ulisse creava difficoltà e incomprensioni che soltanto la visione di una decina di ragazzi con la schiena curva e le mani perdute nei cocci riusciva ad appianare.

Cercavamo di capire quale di quei giovani, Luca, Massimo, Vincenzo, Lucia, si sarebbero affezionati a quel paesaggio quotidiano andando poi a seppellirsi in certi nostri musei, chi avrebbe in sostanza fatto l’archeologo. E nelle interviste tentavamo di tirar fuori questi segnali; ma quelli sempre giovani erano. Era più facile inventarsi un pettegolezzo, un week end misterioso, una foto inquietante: qualche bevuta, una canzone, servivano a farci capire che il domani rimane - sempre - nel grembo di Giove. Cos" calavamo sulle pietre, sui mezzi muri, sulle scale sconnesse, su un pezzetto di ferro e risalivamo, piano, al frutto di quell’allegria consumata al sole. Passavano vicino a quello scavo di giovani, luminari giù affermati, in filologia, in archeologia, occhi qualche volta consumati dall’invidia, passò anche un serissimo uomo politico. Che seppe capire quale atmosfera teneva insieme per un pò di giorni quei giovani alla ricerca del passato, lungo un sentiero battuto tanti anni prima dal loro maestro, Godart.

Una scuola nella provincia milanese mi ha chiesto un racconto di quei giorni. Forse lo scriverò, forse andrò a parlare con quei ragazzi. Ma sarà ancora più difficile ricostruire per loro il mistero di Monastiraki, il palazzo che rivelò il tempietto col gatto, esempio significativo di contatti col più sviluppato mondo egizio; ancora più difficile raccontare il primo colpo di zappa a Sata oppure ad Apodoulou, le grida della signora Anastasia che aveva preparato pochi peperoni imbottiti per i ragazzi capaci di divorare una montagna, il sorriso di Stavro che scalzava una conchiglia degna di un comò napoletano, l’ammiccamento di Manolis che in ogni modo cercava di evocare il pugile-principe dei gigli di Knosso, il gridolino di Anastasia di fronte alla "sua" piccola ascia. Da quelle pietre non sono uscite elucubrazioni da presunti etnologi. Forse, ma lo potrà dire solo il loro prossimo futuro, dallo scavo di Creta, privo della grandiosità di Festos, privo dello sgomento della Grotta sull’Ida, verrà fuori quella specie di nostalgia capace di durare e sostenere tutta una vita. Magari anche lontano dall’archeologia.

Luigi Necco